Dal Rajastan a Varanasi: il viaggio di Beatrice tra Maraja e Spiritualità

Una collana di fiori freschi, anche se un po’ appassiti, ci dà il benvenuto in India, il paese dei Maraja e dei santoni, delle mucche sacre e di Bollywood, un paese ricco di mistero, fascino, storia arte e cultura…un paese da scoprire.

Il primo impatto è con la città di New Delhi e con il suo traffico incredibilmente caotico e sonoro. I clacson suonano incessantemente lungo la strada e il procedere dei veicoli sulle strade sembra lasciato al caos piuttosto che alle regole della circolazione.

Lasciamo la capitale diretti ad Agra. La strada ci regala scene che letteralmente ci rapiscono: una umanità in continuo movimento, donne, uomini, bambini e poi mucche, bufali, scimmie e capre affollano ogni angolo che si apre alla nostra vista. Il Forte Rosso di Agra, una città fortezza costruita da uno dei sultani che hanno governato questo paese, interamente costruito in arenaria rossa, dove si intrecciano le decorazioni islamiche con quelle indù, è testimonianza di una cultura della tolleranza che ha radici antiche. 

Ma Agra è soprattutto la città del Taj Mahal, una delle sette meraviglie del mondo moderno. E di sicuro il monumento non è sopravvalutato. Oltrepassata la coltre spessa e appiccicosa dei numerosi ambulanti che vogliono per forza venderci la loro mercanzia fintamente artigianale, entriamo nel complesso del Taj Mahal e lo stupore di fronte a questo splendido capolavoro di arte islamica ci lascia senza parole. Il bianco del mausoleo sembra avvolto da un’aurea di magia, di sogno, una vera favola da mille e una notte. A disturbare l’atmosfera la folla numerosa di turisti e pellegrini che riempiono i giardini antistanti il mausoleo. Ma siamo arrivati fin qui e non possiamo non varcare la stretta soglia d’ingresso, anche se la calca nella quale ci ritroviamo coinvolti fa sparire la magia del luogo. All’interno del mausoleo solo urla, fischi e spintoni, di una umanità che viene in questo luogo a venerare, nel caos più completo, gli amanti sepolti insieme.

Torniamo sulla strada e Agra ci si apre in tutto il suo caotico brulicare di umanità, strade affollate dove diventa quasi impossibile l’incedere. Mucche, bufali, scimmie, capre si dividono lo spazio con gente di ogni età che vive letteralmente sulla strada. Vediamo baracche improvvisate davanti alle quali donne inginocchiate cucinano il cibo su fornelli precari. La vita ci scorre davanti e siamo letteralmente bombardati dal rumore del traffico e dalle immagini della “vera India”.

Forte Amber è una fortezza alla quale si arriva a dorso di elefante. Gli elefanti procedono tutti in fila indiana, e durante la salita verso il forte godiamo la meravigliosa vista del panorama sottostante, dove risplendono bellissimi giardini. Quando l’elefante varca la soglia di ingresso al cortile del forte si ha l’impressione di scivolare indietro nel tempo, all’epoca in cui il maraja entrava con la sua corte nella fortezza, accolto da musicisti e cortigiani. L’atmosfera è la stessa e l’emozione è davvero unica. Anche il Forte con le sue splendide sale lascia senza fiato: la sala delle pubbliche udienze è un vero e proprio gioiello, con pareti decorate di mosaici di specchi che riflettono la luce ed è tutto un luccichio, accecante e affascinante. E la mente favoleggia di immagini da mille e una notte….

Trovarsi in India per l’Holi Festival, la festa dei colori con cui tutta l’India saluta l’arrivo della primavera e la vittoria del bene sul male, è un privilegio. L’euforia giocosa di adulti e bambini è contagiosa e anche per noi occidentali è “Happy Holi”…a Jaipur, la città rosa! 

Jodhpur, la città blu. La strada è un brulicare di veicoli, animali e gente in movimento. Le mucche hanno la precedenza e la loro sacralità è per noi sorprendente. L’aria del deserto si sente: vento caldo e sabbia tutto intorno. Profumi di spezie conquistano il nostro immaginario: curry, cannella, cardamomo si mescolano in una inebriante miscela. Scendendo dalla fortezza di Jodhpur verso la città ci mescoliamo fra la gente immergendoci nella loro quotidianità. Bambini che giocano in strada, donne sedute sull’uscio di casa in un mix di colori, odori e suoni che fanno la vera India. Attraversiamo la zona del bazar e qui l’atmosfera si fa ancora più caotica, motorini, biciclette, carretti che sfrecciano suonando l’immancabile clacson. E nell’aria i profumi dei cibi cucinati per strada si mescolano al puzzo dello smog.

A riconciliarci con l’India più spirituale ci pensa il tempio giainista di Ranakpur, un luogo molto mistico, un tempio meraviglioso dove il marmo bianco ostenta i suoi intarsi quasi fossero merletti fatti a mano, e dove una foresta di colonne che corrono tutte intorno al sancta sanctorum ci fa perdere lo sguardo e innalzare lo spirito. L’aria profuma di incenso, i monaci dai vestiti colorati pregano i loro dei e l’atmosfera spirituale pervade l’ambiente, coinvolgendo anche noi pellegrini di un mondo senza più spiritualità.

Udaipur, città bianca o città dell’alba, colpisce per la grandezza del suo City Palace, ma i segni del tempo ci raccontano di antichi fasti oggi un po’ persi. Nonostante questo aspetto un po’ decadente, apprezziamo la  bellezza di alcune sale riccamente decorate, fino all’ultimo cortile, quello dei pavoni che da solo vale la visita di questo palazzo.

Il nostro viaggio prosegue verso Varanasi, la città santa degli induisti. Il centro mistico della città si raggiunge a bordo di risciò a pedale. Attraversiamo le affollatissime strade di Varanasi a bordo dei risciò ed è un’esperienza indescrivibile. Il traffico è semplicemente caotico, macchine, mucche, gente, tuc tuc, biciclette, motorini, tutti si sfiorano in un imminente incidente che però non si verifica e per noi è come essere sull’autoscontro, su una giostra senza controllo. Siamo increduli di fronte all’abilità di guida dei nostri uomini risciò che si districano con una facilità impressionante nel groviglio di traffico che ci circonda. La strada principale è tutta un susseguirsi di negozi e negozietti, dove si svela e si intreccia la vita dei cittadini, dei pellegrini e dei turisti in un continuo movimento. La colonna sonora dei clacson qui è portata al parossismo, il caos allo stato puro regna sovrano. Sembra di essere in un girone infernale nel quale gli ignavi sono costretti a muoversi in eterno. Ecco, qui è il moto perpetuo!

Percorriamo a piedi alcune centinaia di metri che ci separano dal Ghat principale, la scalinata che scende alle rive del fiume Gange dove assisteremo alla puja serale. Il Gange scorre lento davanti ai nostri occhi e pian piano comincia ad animarsi di centinaia di barche, stracolme di pellegrini che si avvicinano al Ghat per la preghiera. Le scalinate del Ghat sono stracolme di gente, una donna ci offre delle piccole ciotole piene di fiori e di candeline da offrire alla grande madre Ganga. Nell’aria comincia a diffondersi il mantra “OM” insieme ad un forte odore di incenso. Inizia la preghiera. I giovani bramini sugli altari in fila sui Ghat iniziano i loro rituali, mentre tutto intorno scende un religioso silenzio. I bramini spruzzano acqua del fiume, aspergono incensi, cantano inni e il suono della conchiglia richiama ancora di più l’attenzione dei fedeli. Intanto è come se il mondo si fosse fermato. Tutti ascoltano in silenzio i sermoni e le preghiere dei bramini e poi iniziano a battere le mani sul tempo dei canti.

E’ un’atmosfera davvero magica, l’aria è piena del profumo degli incensi, dei canti dei bramini e dei colori di tutta questa umanità che assiste e partecipa al rito. 

Ma le emozioni di Varanasi continuano all’alba del giorno seguente, quando ci rechiamo di nuovo sul Gange per assistere alle abluzioni del mattino.

Una barca ci fa scivolare lungo le placide acque del fiume sacro. Uomini, donne, giovani, vecchi e bambini si bagnano nelle acque del loro fiume sacro, la grande madre, mentre dagli altoparlanti i bramini recitano i mantra.  La luce del sole, che sorge ad est sull’altra sponda del fiume, illumina i Ghat e i palazzi che sorgono sulle scalinate come fossero la quinta di un teatro. E su questo palcoscenico va in scena tutta l’umanità di questo popolo, il suo misticismo, la sua spiritualità. Ne restiamo affascinati, catturati nel cuore e negli occhi, come se i nostri sensi non fossero sufficienti per recepire ed immagazzinare tutto ciò a cui stiamo assistendo.

La barca risale il fiume fino al luogo delle cremazioni. Qui assistiamo ammutoliti al rito estremo, quello di riportare l’uomo alla sua dimensione originale: polvere sei e polvere ritornerai. Due roghi ardono ancora, consumando i cadaveri, mentre intorno mucchi di ceneri fumanti incorniciano una scena da girone dantesco.  Eppure qui la vita e la morte si incrociano come istanti di un medesimo fotogramma. Mi colpisce la teatralità del rito della cremazione che viene consumato pubblicamente, anche alla presenza di occhi indiscreti come quelli di noi turisti, con il solo riserbo di non scattare foto.

Varanasi è un luogo del quale non ci si stanca mai. E continuiamo a gironzolare nelle sue stradine per scoprire un po’ più da vicino questo posto: ci imbattiamo subito in una umanità  che cerca il contatto con il turista. E così arriva il “massage man”, che all’occorrenza diventa anche barbiere, e poi arriva Muna, ragazzina sveglia che prima ci dipinge abilmente le mani e poi ci vende i suoi colori. E poi santoni, lebbrosi, mamme con bambini, ragazzini, tutti a mendicare un briciolo di vita e noi inebetiti da così tanta miseria continuiamo ad interrogarci sulle nostre vite piene di inutili e superflui accessori. 

Il nostro amico Rujo, venditore di pashmine, ci fa da cicerone nell’intricato dedalo di viuzze della città vecchia, dove man mano che ci addentriamo avvertiamo lo scemare dei rumori della strada principale. Qui risuonano invece i rumori della quotidianità: il ciabattino, lo scalpellio del muratore, lo sfrigolio dell’olio nella bottega del panettiere, il rumore della macchina da cucire nella minuscola bottega del sarto. I nostri sensi sono tutti pieni di questo variegato mondo. Ci porteremo questa città nel cuore, con tutta la sua miseria ma anche con tutta la sua carica umana.

INDIA PAESE DI CONTRADDIZIONI FORTI. GLI OCCHI INTENSI DEI BAMBINI E I

SORRISI DELLE DONNE AVVOLTE NEI COLORATISSIMI SARI.

LA RICCHEZZA E L’OPULENZA DEI FASTOSI PALAZZI DEI MARAJA E LE BARACCHE

AFFASTELLATE DELLE CITTA’.

LE AUTO DI GROSSA CILINDRATA CHE AFFOLLANO I VIALI ALBERATI DELLA

NUOVA DELHI E I RISCIO’ CHE ARRANCANO NELLE CAOTICHE VIUZZE DI

VARANASI.

LA VITA CHE BRULICA NEI VICOLI E LA MORTE CHE SI FA SPETTACOLO NEI

CREMATORI LUNGO I FIUMI.

INDIA MISTICA, TOLLERANTE, DOVE NEL RISPETTO RECIPROCO CONVIVONO

TUTTE LE RELIGIONI DEL MONDO. IL RICHIAMO DEL MUEZZIN E I TEMPLI

COLORATI E CONFUSIONARI INDUISTI, IL SILENZIO DEI TEMPLI GIAINISTI E LA

FOLLA DELLA MENSA DI UN TEMPIO SIKH.

MA SU TUTTI I RITUALI DELLE ABLUZIONI SUI GHAT DEL FIUME SACRO, IL GANGE,

ALLE PRIME LUCI DELL’ALBA E LA PUJA SERALE ILLUMINATA DA INNUMEREVOLI

LUMINI CHE GALLEGGIANO COME OFFERTE SUL FIUME.

INDIA DEI LUSSUOSI HOTEL RIFUGIO DI NOI FRAGILI TURISTI OCCIDENTALI E INDIA

DELLA FILA DI MENDICANTI A VARANASI CHE ASPETTANO LA CIOTOLA DI RISO

DALLE MANI GENEROSE DI CHI COMPIE BUONE AZIONI PER UN BUON KARMA.

INDIA CROGIOLO DI COLORI, SUONI E RUMORI, DI ODORI PUNGENTI DI SPEZIE E DI

AFRORI UMANI E ANIMALI.

INDIA DI UNA UMANITA’ DIGNITOSA NELLA SUA CONDIZIONE DI POVERTA’.

INDIA CHE SI SPOGLIA DEI DESIDERI E CHE VIVE LA SUA FELICITA’ , COL SORRISO

SULLE LABBRA E UN SARI COLORATO SULLA TESTA.

NAMASTE.

Beatrice Tauro